Claude Piron

Troppo faciloni con le lingue


Sono tutti portati a minimizzare i problemi di lingua. La maggior parte degli intellettuali, politici, linguisti, giornalisti ed altre persone impegnate nella società non dà importanza alla gravità di due fatti molto seri: l’handicap linguistico - cioè il fatto di chi non conosce perfettamente una lingua e si trova in una situazione di inferiorità rispetto a chi la usa come lingua madre - è considerato raramente con l’attenzione che meriterebbe. "Basta che uno se la cavi" si dice di solito , ma se ci si trova di fronte a un delicato affare commerciale, o una trattativa politica o si deve chiarire a un dottore cosa ti fa male, o rispondere a un poliziotto che ti trascina con la forza non si sa dove e non sai neanche perché, non basta soltanto "cavarsela".


E’ interessante quanto ha scritto Ali Agouli, delegato del Marocco in una conferenza internazionale svoltasi all’Aia: "La cosa principale dovrebbe essere quella di mettere tutti sullo stesso piano dal punto di vista della lingua. I dibattiti richiedono attenzione su dettagli sottili e soltanto gli inglesi di nascita riescono a destreggiarsi con efficacia". E cosa pensate di questa notizia di agenzia: "Ospedale tedesco nega il trapianto a una turca perché non conosce il tedesco. Secondo questo nosocomio il 50% dei pazienti che non hanno una conoscenza sufficiente di tale lingua sono deceduti dopo l’operazione perché non capivano le istruzioni e le raccomandazioni del medico o del personale infermieristico" ?


Si presentano le lingue come se fossero enormemente più facili di quanto non siano nella realtà. Ci vogliono al minimo 10.000 ore di studio e pratica per raggiungere un livello di piena conoscenza in lingue come il francese, l’inglese, il tedesco o lo spagnolo (cioè per raggiungere la parità con i relativi parlanti). Chi non lo crede osservi come parlano i bambini inglesi di 6-7 anni. Dopo più di 10.000 ore di "full immersion" dicono ancora "foots" invece di "feet", "he comed" invece di "he came", "it’s mines" invece di "it’s mine" ecc. Questi errori non sono dovuti a immaturità intellettiva ma, al contrario, sono più logici della lingua ufficiale. Tuttavia, alla prima lingua straniera si dedicano solo tra 800 e 1200 ore secondo il paese. In Francia tra gli studenti che si diplomano solo 1 su 100 è in grado di usare decentemente la lingua studiata. La maggior parte dei ministri, politici e altri uomini influenti non si rende conto del fatto che imparare una lingua significa imprimere nel cervello centinaia di migliaia di riflessi che contrastano con i riflessi imparati prima. Si è imparato di aggiungere per riflesso “s” al nome per indicare il plurale ma questo riflesso va bloccato per installare un nuovo riflesso condizionato con parole come "woman", "sheep" e "child" che al plurale fanno "women", "sheep" e "children". Le frequenti richieste di aumento delle ore di studio o di cambiamento dei metodi d’insegnamento stanno a dimostrare soltanto l’incapacità di affrontare il fatto che le lingue sono enormemente difficili. Vi è una grande differenza tra ciò che si sa e ciò che si immagina di sapere. In un sondaggio il 20% dei francesi interpellati hanno dichiarato di possedere perfettamente l’inglese, ma ad un esame del loro livello di conoscenza è risultato che solo il 3% era in grado di capire il testo (non parliamo di conoscenza attiva) del tutto ordinario che era stato loro presentato. Sarebbe ora che una visione più coraggiosa della realtà prendesse il posto dei bei paroloni nelle discussioni ad alto livello nel campo linguistico.


(Libera traduzione di Giorgio Bronzetti)